Barbarrique: i barbari alla conquista di territori inesplorati

Alle pendici della Vallarsa, a pochi passi dal castello di Rovereto, si è accampato un gruppo di barbari con un’inusuale passione.

Il loro capo, Banshy, spirito libero, curioso e intraprendente, è il volto, sfacciato ed irriverente, di una nuova avventura birraria. “Barbarrique, fermentazioni barbariche” è il nome di un laboratorio brassicolo nato nel 2015 dalla mente di Agostino Arioli, fondatore e anima di Birrificio Italiano, e da quella di due enologi trentini, Matteo Marzari della Cantina de Tarczal e Andrea Moser delle Cantine di Caldaro.

I tre barbari sono approdati lungo il Torrente Leno, in località Sega di Trambileno e si sono accasati presso l’Opificio delle Idee, all’interno dell’ex “Mulino Costa”, un’area industriale riqualificata ricca di storia e fascino, che attualmente ospita svariate attività legate soprattutto al mondo artistico.

La scelta di mettere radici in Trentino non è casuale. La vicinanza con il mondo dell’enologia, per cui la regione è più nota, deriva da un interesse che Barbarrique concretizza sia nella scelta delle materie prime (le migliori uve di queste valli), sia nelle tecniche (fra tutte, il celebre metodo classico).

Stiamo parlando di vino o di birra? La risposta non è così semplice…

Sciogliamo subito ogni dubbio: Barbarrique è un birrificio, atipico certamente, ma sempre un birrificio. Nasce però come un punto di incontro tra due mondi solo all’apparenza rivali, con l’obiettivo di creare birre nuove e irriverenti a partire dagli stili classici (ormai storici!) firmati Birrificio Italiano. I mosti e le birre base arrivano infatti dal birrificio di Limido Comasco, e nel laboratorio trentino vengono affinate, rifermentate e lavorate “alla maniera enologica”. È qui che avvengono le fermentazioni spontanee, cavallo di battaglia di Barbarrique e cuore del festival estivo con cui Banshy allarga la sua cerchia di ammiratori. “Robe da chiodi” – questo il nome dell’imperdibile evento che si ripete a luglio – si riferisce ai chiodi che, conficcati nelle barrique, permettono di spillare direttamente dal legno delle botti. Nella cantina di Barbarrique, infatti, al posto dei tini in acciaio, c’è una vera e propria barricaia, che conta ormai un centinaio di barrique.

Nella terra dello spumante Trento Doc, ritroviamo la lavorazione Metodo Classico in due birre speciali. “Inclusio Ultima”, dove il luppolo in fiori viene aggiunto insieme ai lieviti di rifermentazione direttamente in bottiglia. Il nome stesso designa, in latino, “l’ultima prigionia”, ovvero quella del luppolo intrappolato all’ultimo momento, prima della tappatura, per mantenerne tutti i profumi. Come avviene per il vino, anche le bottiglie di birra vengono adagiate su appositi cavalletti (pupitres) e progressivamente capovolte a testa in giù per favorire il deposito dei sedimenti nel collo. Questi vengono poi eliminati dopo essere stati congelati (per facilitarne l’espulsione); si procede quindi al rabbocco con birra vergine e di nuovo alla tappatura per la maturazione finale.

Presenta lo stesso tipo di lavorazione anche la “Padosè”, l’evoluzione della classica Cassissona del Birrificio Italiano, un’alta fermentazione prodotta con bacche di ribes nero, che nei laboratori di Banshy viene “spumantizzata”, evolvendosi in un “Pas Dosè” tutto Trentino, che sembra voler sbeffeggiare i cugini francesi, che amano vantarsi di questa tecnica nobile, senza alcuna modestia!

Non potevano mancare le Italian Grape Ale, stile italianissimo sorto in seno all’impeto del movimento dei birrifici artigianali del bel paese: un matrimonio tra orzo e uva. La “Marzarimen” è ottenuta dalla fermentazione del mosto di birra con il 30% di uva Marzemino intera, accuratamente selezionata dalle vigne di proprietà della cantina De Tarczal, di cui lo stesso enologo socio di Barbarrique, Matteo Marzari, cura l’intero processo produttivo. La flora microbiologica che vive sulle bucce dell’uva permette lo svolgimento di una fermentazione naturale, senza aggiunta di lieviti selezionati. La fermentazione avviene in legno, in grosse botti che vengono lasciate a fermentare aperte, in piedi, controllandone la temperatura. Stessa poesia per la  “GT”, fermentata con una selezione di uve Gewűtztraminer del Lago di Caldaro.

Spazio anche a Bang Bretta, una birra “brettata”, figlia di Asteroid 56103 di Birrificio Italiano, invecchiata in botte di rovere e affinata per un anno per permettere ai lieviti selvaggi di renderla estremamente secca e complessa e, infine, di esplodere all’interno del bicchiere, in tutta la sua barbara dirompenza.

Dalla cantina di Banshy usciranno presto nuove sorprese: una Farmhouse Ale, affinata in botti di Pinot nero dell’Alto Adige, una Barley Wine, affinata in barrique della prestigiosa “18 Lune” di Marzadro, una Weizen Sour…una serie di birre alla frutta, come la “Scires”, da quest’anno proposta con le ciliege della Valsugana. …e chissà che altro ancora!

L’universo di Barbarrique è costellato di birre capaci di incuriosire l’appassionato esperto, così come chi è alla ricerca di gusti e profumi nuovi e diversi rispetto agli stili convenzionali. Per addentrarsi nel vivo di queste “fermentazioni barbariche” c’è la tap room dell’azienda, un luogo magico in cui Banshy il barbaro invita a “lasciarsi invadere dall’inaspettato”, tra degustazioni guidate, esperimenti sensoriali, laboratori di cultura birraria e arditi abbinamenti tra le birre e i migliori prodotti enogastronomici della regione.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

cinque × 2 =